Riflessioni
“Va’ e ripara la mia casa”: Riconciliarsi per riconciliare.
“Ho pensato di incentrare l’itinerario di preghiera, di fraternità, di formazione e missione di quest’anno proprio sulle parole che il crocifisso di San Damiano rivolse al giovane Francesco “va’ e ripara la mia casa”, così da approfondire un aspetto cardine del nostro carisma, quello della riparazione. Con questa chiave di lettura ci metteremo in ascolto della parola di Dio e della voce sempre viva e giovane del nostro Padre fondatore Francesco Saverio Petagna nelle Regole Originali… Francesco ci mostri il segreto per riparare la casa del nostro cuore, delle nostre fraternità, dei rapporti spesso logorati dal tempo, sgretolati dalla mancanza di carità e di accoglienza, minati alle fondamenta da pregiudizi personali frutto di fantasia, dall’egoismo che si nasconde sotto i sentimenti più puri e santi, edifici distrutti dai terremoti delle nostre ire, delle parole che testimoniano la fragilità del nostro essere e la mancata riconciliazione che pur il Cuore di Cristo è sempre disposto ad usarci, attraverso il fiume di sangue e di acqua che sgorgano dal suo costato trafitto come da una sorgente viva e vivificante”. ( dalla Lettera della Madre generale per l’anno 2007-2008).
INTRODUZIONE
“Tutti quelli e quelle che si diporteranno in questo modo (essere semplici, umili, puri ndr) fino a quando faranno tali cose e persevereranno in esse sino alla fine, riposerà su di essi lo Spirito del Signore, ed egli ne farà sua abitazione e dimora” (FF 200). Da quando Dio ha alitato lo Spirito in Adamo, l’uomo è la “casa” di Dio. Quando il crocifisso di San Damiano dice a Francesco “va’ e ripara la mia casa” lo sguardo cade innanzitutto sul giovane assisano: egli era innanzitutto la casa di Dio, il Tempio dello Spirito, da ricostruire umanamente, spiritualmente e moralmente per una nuova missione. Anche Francesco doveva compiere il nostro stesso itinerario: riconciliarsi per riconciliare.
L’uomo e la donna pensati da Dio sono costitutivamente la “casa” della Bellezza, dell’Armonia e della beatitudine perché lo Spirito di Dio è insufflato dentro di loro. Essi fin dall’origine sono immersi nel silenzio eloquente dell’Eden. Si! Il Silenzio in Dio è già Parola. Il silenzio originario, ovvero il silenzio primordiale della relazione con la creazione e col Creatore è una dimensione connaturale all’esistenza. Anche nei nostri esercizi spirituali il silenzio è la condizione necessaria per rituffarsi nel Giardino nativo, dove le parole di Dio Creatore risuonavano come le uniche a fendere il silenzio primigenio e generare Bellezza:”E Dio disse… e vide che era cosa buona-bella (kai. ei=den o` qeo.j o[ti kalo,n). Vogliamo anche noi ricostruire quell’Eden dentro la casa della nostra vita, della nostra fraternità. Quanti salmi ci aiutano ad entrare nella cella del silenzio per incontrare Colui che la abita:
A te grido, Signore, non restare in silenzio (Sal 27): è Dio che deve parlarci. Resta in silenzio davanti al Signore e spera in Lui (Sal 36): siamo noi invitati ad accoglerLo. Viene il nostro Dio e non sta in silenzio (Sal 49): Egli fin da principio è il Verbo.
“Soltanto nel silenzio si può sentire la voce di Dio, la si può cogliere come tale, come voce diversa da quella degli uomini, e se ne percepisce il valore e la specificità. Il silenzio, però, non è a portata di mano.
Oggi abbiamo paura della solitudine come abbiamo paura del silenzio”.
Ricostruire la “casa”-madre della nostra vita, significa diventare noi stessi “Grande silenzio” come nel paradiso terrestre. Significa riparare la casa della nostra umanità lesionata dai rumori, dalle troppe parole, dalle chiacchiere che riempiono dappertutto gli ambienti dove viviamo e diventano gli immancabili compagni di ogni nostro movimento.
La solitudine dell’uomo nel Giardino del silenzio è la prima condizione per lasciarci riplasmare da Dio. La nostra civiltà ha distrutto la solitudine più feconda e ha creato la solitudine amara, anche se le invenzioni scientifiche e tecniche ci hanno reso capaci di comunicare a distanza, di sentirci l'uno accanto all'altro, pur separati da chilometri e chilometri, nell'illusione di non essere più soli.
La nostra civiltà e la nostra cultura, abitate da mille e mille voci e mille e mille rumori, rendono più ardua l'avventura del silenzio: è una conquista che avviene lentamente.
Il silenzio ci rende trasparenti a noi stessi: ci immerge nella “verità originaria” su noi stessi, sul senso del vivere e del morire. Si comincia a vedere il nostro vero volto, a cogliere i lineamenti concreti del nostro spirito, a misurare la verità di quello che siamo. Emerge finalmente la nostra verità, ed emerge perciò l'estremo bisogno di conversione, di salvezza, di trasformazione che non può provenire da noi.
Nella solitudine feconda e nel silenzio emerge il vero sogno di noi stessi: si capisce il perché del nostro esistere, si colgono gli elementi essenziali della propria vocazione. Finalmente si riesce ad accorgersi di Dio: Egli emerge dalla nebbia e dal buio che ci portiamo dentro, Egli diventa luce, verità e forza. Nella solitudine nasce la preghiera, si comincia a parlare, non a proferire parole, ma a parlare, cioè a trovare l'espressione di sé. Nella solitudine Dio parla. L'uomo finalmente è capace di ascoltarlo. «Non è un Dio dei morti ma dei viventi! » (Mc 12,26).
In questi giorni ci accorgeremo che il silenzio conduce all'adorazione: Dio è grande! «Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa», noi diciamo nella preghiera all'inizio dell'Eucaristia.
Adorare significa prostrarsi, con il capo che tocca la polvere della terra da cui siamo “tratti” e si riscopre la propria origine vera, il proprio nulla che Dio solo riempie. Adorare significa riscoprire la potenzialità di santità che palpita in ciascuno di noi, pur nella concretezza del peccato di ogni giorno, santità che viene da Dio come un continuo flusso di amore, un'onda che scende dall'alto della grandezza di Dio, un gesto paterno che si curva sulla sua creatura per portarla alla sua altezza. Il deserto del silenzio è il luogo dove si «adora Dio in spirito e verità, perché Dio vuole questi adoratori» (Gv 4,23).
Nella solitudine che genera il silenzio, ci si apre all'adorazione: l'animo si sente invaso dalla misteriosa e maestosa presenza di Dio, e cresce il desiderio di ascoltare la sua Parola. Bisogna ascoltare questa Parola, bisogna conoscerla, bisogna studiarla; bisogna uscire da un ascolto stanco e annoiato, da un'illusione di conoscere già e di sapere, per arrivare all'incontro con Dio”. GIORGIO BASADONNA, Invito al deserto, p. 68 ss.
Il Vangelo del giorno di Natale è il Prologo giovanneo: « In principio era il Logos , e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta» (Gv 1,1-5).
Il Logos è un termine polisemantico, significa tante cose: Ragione, Parola, Discorso etc. In principio il Verbo è l’unica Parola che rompe il silenzio primordiale per creare la bellezza-bontà. Il Verbo è la Ragione di Dio ma anche la ragione della della nostra scelta, della nostra consacrazione e Missione. Nell’Eden, nel Paradiso di Genesi: «Il Logos, la Ragione, era Dio». L’uomo e la donna, sono Creati da questa Parola, sono immersi in questa Ragione. La ragione del nostro vivere, del parlare, del nostro comunicare è Dio. Il primato della Parola è il primato della Ragione di Dio. Quando Dio parla allora emerge la Bellezza. Il testo di Genesi al capitolo tre ci presenta la prima parola che esce dalla bocca della donna come una parola già contaminata per il solo fatto di aver accettato un dialogo con il serpente. Quando la donna dice la prima parola il danno è già fatto:
Genesis 3:1« Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il SIGNORE aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?»
2 La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare;
3 ma del frutto dell' albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete"».
Il solo dialogo con il male e con il menzognero, “Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero” , corrompe la bellezza e il godimento della pace nel silenzio eloquente delle origini. Quando la donna, Eva, apre la bocca per rispondere al serpente già emette una parola non più buona, bella, vera. L’uomo, casa di Dio, è stato minato, demolito, distrutto proprio per aver accolto l’invito al dialogo con il male e per essere uscito dal primordiale silenzio contemplativo che Dio gli aveva donato.
Nella Vita prima del Celano ci viene riferito circa i costumi e la vita mondana del giovane:
[317] 1. Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di nome Francesco. Dai genitori ricevette fin dalla infanzia una cattiva educazione, ispirata alle vanità del mondo. Imitando i loro esempi, egli stesso divenne ancor più leggero e vanitoso (4).
[318] Si è diffuso, infatti, ovunque tra coloro che si dicono cristiani, questo pessimo costume, e, talmente questa mentalità funesta si è imposta ovunque, come fosse prescritta e confermata con legge pubblica, che ci si preoccupa di educare i propri figli fino dalla culla con eccessiva tolleranza e dissolutezza. Ancora fanciulli, appena cominciano a balbettare qualche sillaba, si insegnano loro con gesti e parole cose vergognose e deprecabili. Sopraggiunto il tempo dello svezzamento, sono spinti non solo a dire, ma anche a fare ciò che è indecente. Nessuno di loro, a quella età, osa comportarsi onestamente, per timore di essere severamente castigato. Ben a ragione, pertanto, afferma un poeta pagano: « Essendo cresciuti tra i cattivi esempi dei nostri genitori, tutti i mali ci accompagnano dalla fanciullezza » (5). E si tratta di una testimonianza vera: quanto più i desideri dei parenti sono dannosi ai figli, tanto più essi li seguono volentieri!
(4) Si cfr. 2Ce1. 3, dove, invece, la madre di Francesco è detta « amica della più alta onestà: portava nei costumi come il segno visibile della sua virtù ».
Francesco fu chiamato dal Crocifisso a “riparare” il danno che altri prima di lui avevano fatto ma che, al tempo stesso, aveva distrutto la casa della sua esistenza proprio con il suo consenso. In questi giorni di esercizi spirituali, anche noi desideriamo cercare quella bellezza perduta mediante un cammino a ritroso : dalla chiacchiera al Grande Silenzio, dall’agitazione all’equilibrio, dall’attivismo alla contemplazione.
Francesco, riconciliato e convertito, contempla il Creatore nella bellezza del creato e delle creature, come è scritto nella Vita del Celano: “ In ogni opera loda l’Artefice; tutto ciò che trova nelle creature lo riferisce al Creatore. Esulta di gioia in tutte le opere delle mani del Signore, e attraverso questa visione letificante intuisce la causa e la ragione che le vivifica. Nelle cose belle riconosce la Bellezza somma”(FF 750). O anche nella leggenda Maggiore: “Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo, e seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto”(FF 1161).
L’Esortazione del Papa, Vita Consecrata, così titola il primo capitolo : Alle sorgenti Trinitarie della vita consacrata. «Le donne consacrate sono chiamate in modo del tutto speciale ad essere, attraverso la loro dedizione vissuta in pienezza con gioia, un segno della tenerezza di Dio ( Trinità) verso il genere umano ed una testimonianza particolare del mistero della Chiesa che è vergine, sposa e madre» (VC II, I,57). Le consacrate sono innanzitutto donne chiamate sempre a motivare la gioia, il giubilo, della loro Consacrazione.
La Sacra Scrittura ci riporta alle sorgenti della nostra umanità, del nostro essere uomini e donne uscite dalle mani di Dio.
Nel tempo della cultura della comunicazione e dell'immagine, quella dei mass-media e quella della chat siamo chiamati a “ricostruire” il Grande silenzio del Paradiso nella nostra casa, nel tempio di Dio che siamo noi, perché irrompa ancora in noi il Verbo di Dio.
All'inizio della nostra meditazione facciamo eco alla sacra Liturgia che al Prefazio delle sante vergine e dei santi religiosi ci fa pregare :« O Padre, l'iniziativa mirabile del tuo amore, riporti l'uomo alla santità della sua prima origine e gli fai pregustare i doni che a lui prepari nel mondo rinnovato».
Mons. Francesco Saverio Petagna, al n.1 delle Regole Originali scrive: « Iddio, volendo elevare l’uomo ad un fine soprannaturale che era quello della beata visione ed eterna gloria del Paradiso, lo creò non solo con l’anima ricca di tante doti naturali da farne una bella immagine simile a Lui, ma profuse ancora in seno a quella, tale abbondanza di grazia, da metterlo a parte della sua divina natura e così rendere quella immagine pura, santa, perfetta e riverberante in sé quella Divinità di cui era ritratto» (RO n.1, cfr. 2,3).










