Riflessioni
SPENDERSI tutte le proprie energie nella vigna del Signore
Il nostro cammino di riparazione della casa, partendo dalla Roccia- Cristo, dopo aver rinsaldato 3 pilastri essenziali: preghiera, ascolto e fraternità, ci vede oggi riunite a riflettere sul quarto pilastro SPENDERSI: che ci interroga sul nostro modo di vivere e attualizzare nell’oggi, ciò che abbiamo ricevuto come dono gratuito da Dio.
La parola SPENDERE richiama alla mente … comprare, pagare, consumare, ma anche dissipare, scialacquare, sperperare: si tratta di termini a cui diamo in genere un significato negativo che potrebbe far pensare che SPENDERSI equivale a un uso sbagliato di se stessi, e far sorgere così la tentazione di RISPARMIARSI e quindi di chiudersi nel proprio mondo, chiusura che porterebbe al deterioramento.
La parola SPENDERE proietta il pensiero all’esterno, fa pensare a denaro, tempo, parole… mentre nella sua forma riflessiva SPENDERSI mette in gioco la persona nella sua totalità. Sebbene il tema della nostra riflessione ci richiami a questo ultimo significato, non dobbiamo tralasciare neppure gli altri perché ci possono essere di aiuto per inoltrarci nel lavoro di introspezione personale.
Procediamo passo, passo per cercare di analizzare ogni aspetto di questo PILASTRO, rispondendo ad alcune domande:
1. COSA SI SPENDE?
Alla domanda: cosa spendere, la risposta più semplice è che si spende ciò che si possiede, siamo dunque chiamate a verificare ciò che possediamo, in che quantità e di che qualità. I risultati di questa ricerca costituiscono la “ricchezza - forza” che vogliamo e dobbiamo mettere a disposizione del Padrone che ci invita a lavorare nella sua vigna, un padrone che chiama ad ogni ora del giorno e non solo gli operai o i vignaioli, coloro che in un certo senso sono lontani, ma anche i suoi familiari, i suoi figli , affinché nessuno pensi di essere tralasciato o cada nella tentazione di credere che essendo “dentro”, ha ormai acquisito dei diritti che gli permettono di adagiarsi, di non mettersi in gioco, magari nascondendosi dietro la scusa di non essere stati “presi a giornata”, o rispondendo superficialmente come quel figlio che, per togliersi davanti il padre che lo invitava al lavoro, disse che sarebbe andato e invece non ci andò.
Prima ancora di vedere come quantificare e qualificare questa ricchezza che siamo invitate ad utilizzare nella Vigna del Signore, è bene sottolineare la sua origine, è bene cioè ricordare che non ce la siamo procurate con le nostre forze, ma è dono che viene da Dio: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? (1Cor 4,7) ci chiede san Paolo, che poi continua “ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro” (1Cor 7,7). Dio, infatti, ci ha creati per dare al mondo un’abbondanza di grazia , di bellezza , di bene .
Dal racconto della Creazione sappiamo che ogni cosa ci è stata data in dono da Dio e nel corso dei secoli anche gli autori sacri hanno sentito il bisogno di ribadirlo per ricordare agli uomini l’origine di ogni bene .
Nel nuovo testamento è Gesù stesso a ricordarci attraverso la parabola dei talenti, che quanto abbiamo ci viene dal Padrone che ce li ha affidati, ma che alla fine ritornerà e ce ne chiederà conto .
Ognuno è chiamato a realizzare qualcosa di grande che trascende le proprie capacità umane, ma che si rende possibile per mezzo della grazia che viene continuamente alimentata in noi dallo Spirito Santo e che ci richiede di essere ricettivi, accoglienti, vigilanti. Più restiamo fedeli all’azione dello Spirito, più questa agisce liberamente nella nostra vita, nelle nostre scelte, nelle nostre azioni, generando in noi i frutti dello Spirito.
Partendo dalla consapevolezza che, come diceva il Papa Giovanni Paolo II nel messaggio per la Quaresima del 2002, “proprio perché è dono, l'esistenza non può essere considerata un possesso o una privata proprietà”, proviamo a fare un’analisi delle “ricchezze” su cui possiamo contare per svolgere la nostra missione, il nostro spenderci. Se si trattasse di denaro la verifica risulterebbe abbastanza facile, basterebbe contare quanto c’è nel portafoglio o dare uno sguardo al resoconto bancario e sapremmo cosa e quanto possiamo spendere. Il discorso si fa più contorto quando andiamo ad analizzare il tempo che abbiamo da spendere. Ma anche questo si riesce a risolverlo se ci si mette d’accordo sull’unità di misura da usare: ora, giorno, settimana, mese… magari senza stare lì a sprecarne per lamentarci che non ne abbiamo abbastanza!
Tenendo conto, però, che “la cosa” da spendere siamo noi stessi, il discorso diventa più complicato: come facciamo a misurare noi stessi? che unità di misura dobbiamo adoperare? E ancora … se è vero che si può spendere solo ciò di cui si dispone, siamo sicure di conoscerci abbastanza per poterci spendere?
“Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno” ci dice l’autore della Lettera ai Romani, e noi proviamo a dare un nome a questi doni, a “tutte le energie” che dobbiamo spendere nella Vigna del Signore, e lo facciamo dando uno sguardo alle diverse dimensioni che caratterizzano la persona:
a. alla dimensione umana per analizzare e misurare le nostre forze, la resistenza fisica, ma anche i doni di natura: bellezza, intelligenza, virtù, lealtà, rispetto vicendevole, spirito di servizio, amicizia, laboriosità, ordine, costanza, magnanimità, …
b. alla dimensione spirituale per scrutare il posto che Dio occupa nella nostra vita, la quantità e qualità della fede, della speranza, della carità, i doni dello Spirito….
c. alla dimensione fraterna per osservare la nostra capacità di entrare in relazione con gli altri, di comunicare, di interagire, di stare insieme, di rispettare …
d. alla dimensione carismatica per approfondire il nostro essere vittime, verificando
se la Vittima del Calvario, nascosta in sacramento, è la beata calamita che attira con soavità, forza e dolcezza tutti i pensieri della nostra mente, come tutti gli affetti del nostro cuore (cfr RR 31);
se ci rivolgiamo incessantemente, applicatamente, ardentemente attorno alla Vittima d'infinita carità, dimorante sempre viva in mezzo a noi nei santi Tabernacoli (cfr RR32),
se avanziamo coraggiosamente sulla via del Calvario, saliamo animose l’altare della croce, l’abbracciamo per penetrare nell’intimo del Cuore di Cristo (cfr RR 8),
se pesiamo le terrene cose con la bilancia dell’eternità, consideriamo al lume della fede la viltà, la fralezza ed il nulla delle cose del mondo, reputiamo al caldo del divin amore, come abominevole immondezza gli onori, i beni, i piaceri di quaggiù, aspiriamo a fuggire il mondo per far lucro di Gesù Cristo (cfr RR 19),
se ci perdiamo interamente in Dio con l'amore, perché Iddio operi in noi il bene pei prossimi con la carità (cfr RR 51).
A questo punto, dovremmo avere un quadro chiaro di cosa abbiamo da spendere, di quei beni ricevuti in dono, perché li “investiamo” per poterli poi restituire con gli interessi; ci sono stati dati infatti non per noi stessi, ma perché portino frutto e il frutto sia restituito .
Questa riconsegna costituisce il nostro SPENDERCI , il nostro restituire a Dio (datore del dono, ma anche padrone della Vigna) i doni, attraverso i fratelli . E questa restituzione ha la sua origine nell’amore…
Siamo pronte allora per dare una risposta alla seconda domanda:
2. COME SPENDERSI?
Come ha fatto e come ci chiede di fare Cristo:
a. amando: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Il nostro spenderci ha una misura ben precisa “COME io ho amato voi”, non è un amare fatto solo di sentimento, benevolenza, ma è un donarsi totalmente, è uno spendersi per gli altri, è un lasciarsi spezzare come fa Gesù nel pane eucaristico, è abbandonarsi nelle mani di Dio, chiedendogli di lasciarci guardare attraverso i suoi occhi, e di andare là dove vuole la sua volontà. Gesù, infatti, obbediente al Padre, ci ha amati fino a dare “la sua vita per noi”.
Il nostro spenderci sarà dunque un “dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16), attraverso quell’amore, che superando ogni ostacolo e riducendo ogni distanza, sa “svuotarsi” di se stesso, per amare e servire gli altri, a partire dai più deboli. Allora, svuotati dei nostri preconcetti, dei pregiudizi, di tutto ciò che sa di egoismo e personalismo sapremo
riconoscere Cristo nel povero, quello bisognoso di beni, ma anche di amore, di speranza, di accoglienza, di perdono,
accettare, accogliere e comprendere l’altro, stargli accanto, anche attraverso un ascolto silenzioso che gli permetta di essere se stesso, di sentirsi amato.
b. servendo: Durante l’Ultima Cena, compiendo il gesto della lavanda dei piedi, Gesù ci rivela la profondità dell’amore di Dio per l’uomo, un amore oblativo che si fa concreto e generoso servizio ai fratelli (cfr VC 75) . Siamo chiamate a servire e a rendere visibile nel quotidiano l’amore che sgorga dal Cuore di Cristo che è venuto per servire e non per essere servito .
Il nostro “spenderci servendo” deve essere caratterizzato dalla gratuità, dalla generosità, dalla disponibilità: “Con generosità donate agli uomini quello che gratuitamente avete ricevuto” ha detto Benedetto XVI (messaggio ai diaconi permanenti di Roma), spiegando il comando di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date»(Mt 10,8). Siamo chiamate, dunque, ad aprirci a un'esistenza improntata sulla «gratuità», dedicando senza riserve (generosamente) noi stesse a Dio e al prossimo (cfr Messaggio del Santo Padre Giovanni Paolo II per la Quaresima 2002).
Affinché il nostro agire non diventi vuoto attivismo, è necessario coltivare una profonda vita interiore. Ad imitazione dei santi che “addivenivano più o meno benefattori dell'umanità a misura che attingevano dalla fontana del divino amore che è il Cuore di Gesù” (RR 27), e per poter essere in ogni ora maggiormente bramose di concorrere, con la nostra opera, al bene delle anime, per vederne grandemente glorificato Iddio (cfr RR 48) dobbiamo starcene tenacemente strette al Cuore di Gesù, riempirci fuor misura di quell'acqua salutare celeste di cui Egli è la sorgente, e così più facilmente diffonderne con abbondanza in seno ai nostri simili (cfr RR 27).
E per servire i nostri simili bisogna farsi piccoli, umili, fino a sapersi inginocchiare davanti a loro, mettersi ai loro piedi. È difficile, perché il nostro io è duro a morire; ma in questo sacrificio non ci deve essere tristezza, poiché è da qui che scaturisce la vera gioia. Gesù stesso ha detto: « C'è più gioia nel dare che nel ricevere », e l'apostolo Paolo afferma: «Dio ama chi dona con gioia ».
c. Perdendosi in Dio… perché “chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39), questo perdersi è possibile nella misura in cui “l'anima si inoltra nella vita, e s'avanza negli atti di sode virtù ed ardente amore” (RR 13), e “vorrebbe in corrispondenza di caldissimi affetti addivenire sempre più oltre, cosa tutta sua, nascondersi e perdersi interamente in Lui, spendere tutti i suoi giorni e dare la propria vita per chi dette la sua per lei, accrescere sempre più le fiamme interne dell' infocato suo cuore, essere incenerita vittima sul medesimo altare della croce, nascosta nel cuore di Gesù Cristo che è Vittima sacrificata dall'eccessivo amore per noi” (RR 14)
Dalle modalità del nostro spenderci, passiamo in questo terzo punto a riflettere sul
3. DOVE SPENDERSI?
Il tema della nostra riflessione ce lo dice chiaramente: nella Vigna del Signore. Ci fermeremo, allora brevemente, a cercare di capire insieme cos’è la Vigna o forse dovremmo dire “chi” è la Vigna …
La Vigna è “la proprietà” di Dio: Io sono proprietà di Dio, lo è la mia comunità, la Chiesa locale, la Chiesa universale, la società e il mondo in cui vivo…
a. IO sono proprietà di Dio, dunque devo spendermi con tutte le energie anche in questa Vigna, per estirpare i velenosi germogli di amor proprio, le spine pungenti di depravati affetti, le erbe pestifere di sensi ribelli (cfr RR 42), in questo modo si vedrà senza meno l'aumento giornaliero di quell'edificio spirituale che va innalzando la grazia di Dio. Quando l'anima umile e mortificata s'impiega davvero a vuotarsi interamente di sé, e così vuota non presenta a Dio che il proprio niente allora Iddio e solamente allora, la riempie del suo tutto (cfr RR 43).
b. LA MIA FRATERNITÀ è Vigna del Signore: abbiamo parlato della fraternità il mese scorso, per cui ci fermiamo a sottolineare solo due idee: La fraternità è il luogo dove ci si spende attraverso “un compatirsi l’un l’altra, un perdonarsi scambievolmente i difetti, un prodigarsi sollievo, aiuto e conforto a vicenda”(RR 47) tenendo conto che come dice san Francesco nella Lettera a un Ministro che voleva lasciare l’impegno: “quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati (sorelle) o altri, anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia… ama coloro che agiscono con te in questo modo… amali e non pretendere che diventino cristiani migliori” (FF 234)
c. LA CHIESA LOCALE nella quale siamo chiamate ad operare giorno per giorno, ma anche quella UNIVERSALE, “vale a dire l'universale comunità dei discepoli del Signore, che si fa presente ed operante nella particolarità e diversità di persone, gruppi, tempi e luoghi” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica su alcuni aspetti della Chiesa intesa come Comunione, nr 7). Ed è lo stesso Mons. Petagna a darci l’indicazione del luogo dove spenderci al numero 50 delle Regole Originali , dobbiamo spenderci là dove c’è una persona da accogliere e ascoltare, un sofferente da compatire, un ammalato di cui farci carico, ovunque insomma, c’è bisogno della presenza concreta dell’amore, della misericordia di Dio.
E non possiamo terminare se non diamo, almeno velocemente una risposta anche alla domanda:
4. QUANDO SPENDERSI?
“C’è un tempo per …” è così che comincia il terzo capitolo del Qoelet, e l’autore sacro riporta una serie di cose che hanno il loro tempo … manca nell’elenco c’è un tempo per … spendersi… forse perché il servizio, quello che nasce dalla carità non ha tempo?
Per concludere vi invito a leggere la storia di una bambola di sale che vuole conoscere il mare e che appena vi entra sente di diventare essa stessa mare .
L’augurio finale è che ciascuna di noi immergendosi nell’Amore Infinito di Gesù nell’Eucaristia, “si abbandoni al rischio” di essere trasformata, in Dio, in Amore vivente, perché è necessario proprio questo: lasciarsi inghiottire dal mare che è Dio per poterci spendere, donare, regalare, offrire agli altri.
La parola SPENDERE richiama alla mente … comprare, pagare, consumare, ma anche dissipare, scialacquare, sperperare: si tratta di termini a cui diamo in genere un significato negativo che potrebbe far pensare che SPENDERSI equivale a un uso sbagliato di se stessi, e far sorgere così la tentazione di RISPARMIARSI e quindi di chiudersi nel proprio mondo, chiusura che porterebbe al deterioramento.
La parola SPENDERE proietta il pensiero all’esterno, fa pensare a denaro, tempo, parole… mentre nella sua forma riflessiva SPENDERSI mette in gioco la persona nella sua totalità. Sebbene il tema della nostra riflessione ci richiami a questo ultimo significato, non dobbiamo tralasciare neppure gli altri perché ci possono essere di aiuto per inoltrarci nel lavoro di introspezione personale.
Procediamo passo, passo per cercare di analizzare ogni aspetto di questo PILASTRO, rispondendo ad alcune domande:
1. COSA SI SPENDE?
Alla domanda: cosa spendere, la risposta più semplice è che si spende ciò che si possiede, siamo dunque chiamate a verificare ciò che possediamo, in che quantità e di che qualità. I risultati di questa ricerca costituiscono la “ricchezza - forza” che vogliamo e dobbiamo mettere a disposizione del Padrone che ci invita a lavorare nella sua vigna, un padrone che chiama ad ogni ora del giorno e non solo gli operai o i vignaioli, coloro che in un certo senso sono lontani, ma anche i suoi familiari, i suoi figli , affinché nessuno pensi di essere tralasciato o cada nella tentazione di credere che essendo “dentro”, ha ormai acquisito dei diritti che gli permettono di adagiarsi, di non mettersi in gioco, magari nascondendosi dietro la scusa di non essere stati “presi a giornata”, o rispondendo superficialmente come quel figlio che, per togliersi davanti il padre che lo invitava al lavoro, disse che sarebbe andato e invece non ci andò.
Prima ancora di vedere come quantificare e qualificare questa ricchezza che siamo invitate ad utilizzare nella Vigna del Signore, è bene sottolineare la sua origine, è bene cioè ricordare che non ce la siamo procurate con le nostre forze, ma è dono che viene da Dio: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? (1Cor 4,7) ci chiede san Paolo, che poi continua “ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro” (1Cor 7,7). Dio, infatti, ci ha creati per dare al mondo un’abbondanza di grazia , di bellezza , di bene .
Dal racconto della Creazione sappiamo che ogni cosa ci è stata data in dono da Dio e nel corso dei secoli anche gli autori sacri hanno sentito il bisogno di ribadirlo per ricordare agli uomini l’origine di ogni bene .
Nel nuovo testamento è Gesù stesso a ricordarci attraverso la parabola dei talenti, che quanto abbiamo ci viene dal Padrone che ce li ha affidati, ma che alla fine ritornerà e ce ne chiederà conto .
Ognuno è chiamato a realizzare qualcosa di grande che trascende le proprie capacità umane, ma che si rende possibile per mezzo della grazia che viene continuamente alimentata in noi dallo Spirito Santo e che ci richiede di essere ricettivi, accoglienti, vigilanti. Più restiamo fedeli all’azione dello Spirito, più questa agisce liberamente nella nostra vita, nelle nostre scelte, nelle nostre azioni, generando in noi i frutti dello Spirito.
Partendo dalla consapevolezza che, come diceva il Papa Giovanni Paolo II nel messaggio per la Quaresima del 2002, “proprio perché è dono, l'esistenza non può essere considerata un possesso o una privata proprietà”, proviamo a fare un’analisi delle “ricchezze” su cui possiamo contare per svolgere la nostra missione, il nostro spenderci. Se si trattasse di denaro la verifica risulterebbe abbastanza facile, basterebbe contare quanto c’è nel portafoglio o dare uno sguardo al resoconto bancario e sapremmo cosa e quanto possiamo spendere. Il discorso si fa più contorto quando andiamo ad analizzare il tempo che abbiamo da spendere. Ma anche questo si riesce a risolverlo se ci si mette d’accordo sull’unità di misura da usare: ora, giorno, settimana, mese… magari senza stare lì a sprecarne per lamentarci che non ne abbiamo abbastanza!
Tenendo conto, però, che “la cosa” da spendere siamo noi stessi, il discorso diventa più complicato: come facciamo a misurare noi stessi? che unità di misura dobbiamo adoperare? E ancora … se è vero che si può spendere solo ciò di cui si dispone, siamo sicure di conoscerci abbastanza per poterci spendere?
“Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno” ci dice l’autore della Lettera ai Romani, e noi proviamo a dare un nome a questi doni, a “tutte le energie” che dobbiamo spendere nella Vigna del Signore, e lo facciamo dando uno sguardo alle diverse dimensioni che caratterizzano la persona:
a. alla dimensione umana per analizzare e misurare le nostre forze, la resistenza fisica, ma anche i doni di natura: bellezza, intelligenza, virtù, lealtà, rispetto vicendevole, spirito di servizio, amicizia, laboriosità, ordine, costanza, magnanimità, …
b. alla dimensione spirituale per scrutare il posto che Dio occupa nella nostra vita, la quantità e qualità della fede, della speranza, della carità, i doni dello Spirito….
c. alla dimensione fraterna per osservare la nostra capacità di entrare in relazione con gli altri, di comunicare, di interagire, di stare insieme, di rispettare …
d. alla dimensione carismatica per approfondire il nostro essere vittime, verificando
se la Vittima del Calvario, nascosta in sacramento, è la beata calamita che attira con soavità, forza e dolcezza tutti i pensieri della nostra mente, come tutti gli affetti del nostro cuore (cfr RR 31);
se ci rivolgiamo incessantemente, applicatamente, ardentemente attorno alla Vittima d'infinita carità, dimorante sempre viva in mezzo a noi nei santi Tabernacoli (cfr RR32),
se avanziamo coraggiosamente sulla via del Calvario, saliamo animose l’altare della croce, l’abbracciamo per penetrare nell’intimo del Cuore di Cristo (cfr RR 8),
se pesiamo le terrene cose con la bilancia dell’eternità, consideriamo al lume della fede la viltà, la fralezza ed il nulla delle cose del mondo, reputiamo al caldo del divin amore, come abominevole immondezza gli onori, i beni, i piaceri di quaggiù, aspiriamo a fuggire il mondo per far lucro di Gesù Cristo (cfr RR 19),
se ci perdiamo interamente in Dio con l'amore, perché Iddio operi in noi il bene pei prossimi con la carità (cfr RR 51).
A questo punto, dovremmo avere un quadro chiaro di cosa abbiamo da spendere, di quei beni ricevuti in dono, perché li “investiamo” per poterli poi restituire con gli interessi; ci sono stati dati infatti non per noi stessi, ma perché portino frutto e il frutto sia restituito .
Questa riconsegna costituisce il nostro SPENDERCI , il nostro restituire a Dio (datore del dono, ma anche padrone della Vigna) i doni, attraverso i fratelli . E questa restituzione ha la sua origine nell’amore…
Siamo pronte allora per dare una risposta alla seconda domanda:
2. COME SPENDERSI?
Come ha fatto e come ci chiede di fare Cristo:
a. amando: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Il nostro spenderci ha una misura ben precisa “COME io ho amato voi”, non è un amare fatto solo di sentimento, benevolenza, ma è un donarsi totalmente, è uno spendersi per gli altri, è un lasciarsi spezzare come fa Gesù nel pane eucaristico, è abbandonarsi nelle mani di Dio, chiedendogli di lasciarci guardare attraverso i suoi occhi, e di andare là dove vuole la sua volontà. Gesù, infatti, obbediente al Padre, ci ha amati fino a dare “la sua vita per noi”.
Il nostro spenderci sarà dunque un “dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16), attraverso quell’amore, che superando ogni ostacolo e riducendo ogni distanza, sa “svuotarsi” di se stesso, per amare e servire gli altri, a partire dai più deboli. Allora, svuotati dei nostri preconcetti, dei pregiudizi, di tutto ciò che sa di egoismo e personalismo sapremo
riconoscere Cristo nel povero, quello bisognoso di beni, ma anche di amore, di speranza, di accoglienza, di perdono,
accettare, accogliere e comprendere l’altro, stargli accanto, anche attraverso un ascolto silenzioso che gli permetta di essere se stesso, di sentirsi amato.
b. servendo: Durante l’Ultima Cena, compiendo il gesto della lavanda dei piedi, Gesù ci rivela la profondità dell’amore di Dio per l’uomo, un amore oblativo che si fa concreto e generoso servizio ai fratelli (cfr VC 75) . Siamo chiamate a servire e a rendere visibile nel quotidiano l’amore che sgorga dal Cuore di Cristo che è venuto per servire e non per essere servito .
Il nostro “spenderci servendo” deve essere caratterizzato dalla gratuità, dalla generosità, dalla disponibilità: “Con generosità donate agli uomini quello che gratuitamente avete ricevuto” ha detto Benedetto XVI (messaggio ai diaconi permanenti di Roma), spiegando il comando di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date»(Mt 10,8). Siamo chiamate, dunque, ad aprirci a un'esistenza improntata sulla «gratuità», dedicando senza riserve (generosamente) noi stesse a Dio e al prossimo (cfr Messaggio del Santo Padre Giovanni Paolo II per la Quaresima 2002).
Affinché il nostro agire non diventi vuoto attivismo, è necessario coltivare una profonda vita interiore. Ad imitazione dei santi che “addivenivano più o meno benefattori dell'umanità a misura che attingevano dalla fontana del divino amore che è il Cuore di Gesù” (RR 27), e per poter essere in ogni ora maggiormente bramose di concorrere, con la nostra opera, al bene delle anime, per vederne grandemente glorificato Iddio (cfr RR 48) dobbiamo starcene tenacemente strette al Cuore di Gesù, riempirci fuor misura di quell'acqua salutare celeste di cui Egli è la sorgente, e così più facilmente diffonderne con abbondanza in seno ai nostri simili (cfr RR 27).
E per servire i nostri simili bisogna farsi piccoli, umili, fino a sapersi inginocchiare davanti a loro, mettersi ai loro piedi. È difficile, perché il nostro io è duro a morire; ma in questo sacrificio non ci deve essere tristezza, poiché è da qui che scaturisce la vera gioia. Gesù stesso ha detto: « C'è più gioia nel dare che nel ricevere », e l'apostolo Paolo afferma: «Dio ama chi dona con gioia ».
c. Perdendosi in Dio… perché “chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39), questo perdersi è possibile nella misura in cui “l'anima si inoltra nella vita, e s'avanza negli atti di sode virtù ed ardente amore” (RR 13), e “vorrebbe in corrispondenza di caldissimi affetti addivenire sempre più oltre, cosa tutta sua, nascondersi e perdersi interamente in Lui, spendere tutti i suoi giorni e dare la propria vita per chi dette la sua per lei, accrescere sempre più le fiamme interne dell' infocato suo cuore, essere incenerita vittima sul medesimo altare della croce, nascosta nel cuore di Gesù Cristo che è Vittima sacrificata dall'eccessivo amore per noi” (RR 14)
Dalle modalità del nostro spenderci, passiamo in questo terzo punto a riflettere sul
3. DOVE SPENDERSI?
Il tema della nostra riflessione ce lo dice chiaramente: nella Vigna del Signore. Ci fermeremo, allora brevemente, a cercare di capire insieme cos’è la Vigna o forse dovremmo dire “chi” è la Vigna …
La Vigna è “la proprietà” di Dio: Io sono proprietà di Dio, lo è la mia comunità, la Chiesa locale, la Chiesa universale, la società e il mondo in cui vivo…
a. IO sono proprietà di Dio, dunque devo spendermi con tutte le energie anche in questa Vigna, per estirpare i velenosi germogli di amor proprio, le spine pungenti di depravati affetti, le erbe pestifere di sensi ribelli (cfr RR 42), in questo modo si vedrà senza meno l'aumento giornaliero di quell'edificio spirituale che va innalzando la grazia di Dio. Quando l'anima umile e mortificata s'impiega davvero a vuotarsi interamente di sé, e così vuota non presenta a Dio che il proprio niente allora Iddio e solamente allora, la riempie del suo tutto (cfr RR 43).
b. LA MIA FRATERNITÀ è Vigna del Signore: abbiamo parlato della fraternità il mese scorso, per cui ci fermiamo a sottolineare solo due idee: La fraternità è il luogo dove ci si spende attraverso “un compatirsi l’un l’altra, un perdonarsi scambievolmente i difetti, un prodigarsi sollievo, aiuto e conforto a vicenda”(RR 47) tenendo conto che come dice san Francesco nella Lettera a un Ministro che voleva lasciare l’impegno: “quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati (sorelle) o altri, anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia… ama coloro che agiscono con te in questo modo… amali e non pretendere che diventino cristiani migliori” (FF 234)
c. LA CHIESA LOCALE nella quale siamo chiamate ad operare giorno per giorno, ma anche quella UNIVERSALE, “vale a dire l'universale comunità dei discepoli del Signore, che si fa presente ed operante nella particolarità e diversità di persone, gruppi, tempi e luoghi” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica su alcuni aspetti della Chiesa intesa come Comunione, nr 7). Ed è lo stesso Mons. Petagna a darci l’indicazione del luogo dove spenderci al numero 50 delle Regole Originali , dobbiamo spenderci là dove c’è una persona da accogliere e ascoltare, un sofferente da compatire, un ammalato di cui farci carico, ovunque insomma, c’è bisogno della presenza concreta dell’amore, della misericordia di Dio.
E non possiamo terminare se non diamo, almeno velocemente una risposta anche alla domanda:
4. QUANDO SPENDERSI?
“C’è un tempo per …” è così che comincia il terzo capitolo del Qoelet, e l’autore sacro riporta una serie di cose che hanno il loro tempo … manca nell’elenco c’è un tempo per … spendersi… forse perché il servizio, quello che nasce dalla carità non ha tempo?
Per concludere vi invito a leggere la storia di una bambola di sale che vuole conoscere il mare e che appena vi entra sente di diventare essa stessa mare .
L’augurio finale è che ciascuna di noi immergendosi nell’Amore Infinito di Gesù nell’Eucaristia, “si abbandoni al rischio” di essere trasformata, in Dio, in Amore vivente, perché è necessario proprio questo: lasciarsi inghiottire dal mare che è Dio per poterci spendere, donare, regalare, offrire agli altri.










