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Riflessioni

TESTIMONIARE la speranza della vita nuova del Risorto

Mt 28, 1-10

La testimonianza dei frati su Francesco
(1Cel 115, FF 522)


Passato il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l'angelo disse alle donne: «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete
. Ecco, io ve l'ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annunzio ai suoi discepoli. Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno» (Mt 28, 1-10).
Tutto questo realizzò a perfezione il beato padre Francesco, che ebbe figura e forma di Serafino e, perseverando a vivere crocifisso, meritò di volare all'altezza degli spiriti celesti. E veramente non si staccò mai dalla croce, perché non si sottrasse mai a nessuna fatica e sofferenza, pur di realizzare in sé e di sé la volontà del Signore.
I frati che vissero con lui, inoltre sanno molto bene come ogni giorno, anzi ogni momento affiorasse sulle sue labbra il ricordo di Cristo; con quanta soavità e dolcezza gli parlava, con quale tenero amore discorreva con Lui. La bocca parlava per l'abbondanza dei santi affetti del cuore, e quella sorgente di illuminato amore che lo riempiva dentro, traboccava anche di fuori. Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra. Quante volte, mentre sedeva a pranzo, sentendo o pronunciando lui il nome di Gesù, dimenticava il cibo temporale e, come si legge di un santo, «guardando, non vedeva e ascoltando non udiva». C'è di più, molte volte, trovandosi in viaggio e meditando o cantando Gesù, scordava di essere in viaggio e si fermava a invitare tutte le creature alla lode di Gesù. Proprio perché portava e conservava sempre nel cuore con mirabile amore Gesù Cristo, e questo crocifisso, perciò fu insignito gloriosamente più di ogni altro della immagine di Lui, che egli aveva la grazia di contemplare, durante l'estasi, nella gloria indicibile e incomprensibile seduto alla «destra del Padre», con il quale l'egualmente altissimo Figlio dell'Altissimo, assieme con lo Spirito Santo vive e regna, vince e impera, Dio eternamente glorioso, per tutti i secoli. Amen! (1Cel 115).

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“Non abbiate paura! So che cercate Gesù, il Crocifisso. Non è qui. È risorto… Andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato”.
Andate, dite. È quello che le donne fanno con lo stupore di cui sono pervase. Che il Crocifisso sia risorto è una notizia troppo grande per poter essere taciuta. “Gesù il Crocifisso è risorto”.
Croce e resurrezione insieme rivelano la vera identità di Gesù.
“Da qualsiasi lato si osservino, croce e risurrezione si illuminano a vicenda: la Croce dice il volto nuovo di amore e di vita del Dio di Gesù, e la sua risurrezione attesta che Dio in quel volto si è pienamente identificato” (Questa è la nostra fede – Nota pastorale sul primo annuncio del Vangelo, p. 40).
Quanta luce inonda il cuore delle donne, fedeli nell’amore anche oltre la morte. Nell’oscurità del sepolcro vuoto si accende la fiaccola della loro fede, che immediatamente diviene missione, cammino verso i fratelli. Non mancano nella vita le notti dell’assenza o addirittura della morte di Dio, quando la speranza pare davvero sepolta sotto la delusione, i ripetuti fallimenti. In tale oscurità il Signore prepara la nostra stessa risurrezione. Là dove noi non ci aspetteremmo più nulla, Cristo ha preparato la gioia grande di un incontro con Lui, per renderci suoi veri discepoli e inviarci, nel suo nome ai nostri fratelli. La risurrezione di Gesù non è un sogno, un racconto mitico; è un fatto attestato da testimoni degni di fede: “Noi lo abbiamo visto, abbiamo mangiato e bevuto con lui” (At 10, 41). La nostra speranza si fonda su dei fatti. Ciò che è accaduto per primo a Cristo, accadrà anche a noi, se lui non è rimasto imprigionato negli artigli della morte, anche noi li eviteremo.

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Rigenerate e diventate creature nuove, non possiamo non annunciarlo. Con le parole e le opere, cioè con la vita, siamo spinte a testimoniarlo, proclamando la speranza che non delude, speranza che è un dono divino, è accoglienza della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Abbiamo, come chiesa, la missione di annunciare questa speranza al mondo che sembra aver smarrito il senso del futuro e si appiattisca sull’immediato. Il presente è sperimentato, talvolta, come drammatico, genera paura, solitudine, alienazione da Dio. Proprio in questo nostro tempo il Signore continua ad irradiare nel mondo la luce e la gioia della sua risurrezione e vuole farlo attraverso i suoi discepoli, attraverso noi, chiamandoci ad una professione di fede coraggiosa. Egli ci chiama ad adorarlo nei nostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (1Pt 3, 16). Non ci lasciamo abbattere dai nostri limiti, ma con Pietro diciamo: “Signore sulla tua parola… Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

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La vita religiosa deve rendere testimonianza a Dio e al suo Regno. Il documento conciliare Lumen gentium a questo proposito è illuminante: esso dice che il religioso “meglio manifesta a tutti i credenti i beni celesti già presenti in questo mondo, testimonia la vita nuova ed eterna acquistata dalla redenzione di Cristo… Infine, in modo speciale, manifesta l’elevazione del regno di Dio sopra tutte le cose terrestri e le sue esigenze supreme” (n. 44).
La nostra esistenza è testimonianza di queste certezze. La nostra testimonianza ha origine da quella di Gesù. Meditando il Vangelo, dobbiamo riconoscere che Gesù è stato testimone del Padre al punto di compromettere il suo successo. Se avesse testimoniato le cose terrene, tutti lo avrebbero accettato, avrebbe avuto un immenso successo.
Come essere donne che testimoniano la speranza, come singole e come comunità? Dal Vangelo capiremo che la nostra testimonianza, prima di essere un impegno verso i fratelli, è un impegno verso Cristo: soltanto nella comunione con lui impariamo ad essere testimoni. Il papa Benedetto XVI, nel discorso pronunciato al Convegno ecclesiale di Verona ha affermato che: “decisivo è il nostro essere uniti a Lui, e quindi tra noi, lo stare con Lui per poter andare nel suo nome (cfr Mc 3, 13-15). La nostra vera forza è dunque nutrirci della sua parola e del suo corpo, unirci alla sua offerta per noi, adorarlo presente nell'Eucaristia: prima di ogni attività e di ogni nostro programma, infatti, deve esserci l'adorazione, che ci rende davvero liberi e ci dà i criteri per il nostro agire”. Se non viviamo la testimonianza in Cristo e con Cristo, ai fratelli non sapremo dare nulla. Quando gli apostoli affermavano di aver visto il Signore, la loro testimonianza aveva una forza immensa: erano credibili perché vivevano il mistero che annunciavano. Essere testimoni significa non soltanto vivere il mistero, ma viverlo in modo che si veda. Non è sufficiente che sappiamo di Dio, dobbiamo mostrarlo.
Gli uomini d’oggi avvertono un forte richiamo religioso e spirituale, ma sono pronti ad ascoltare e seguire solo chi testimonia con coerenza la propria adesione a Cristo.
La testimonianza è, dunque, la coerenza con la grazia e la responsabilità che ci vengono dall’incontro vivo e personale con Gesù morto e risorto, dall’obbedienza alla sua parola, dalla sequela del suo stile di vita e di missione. La prima e irrinunciabile testimonianza è la vita di ogni giorno, una vita nella quale seguiamo Cristo, ci rivestiamo di lui, siamo mossi dalla sua carità, ascoltiamo la sua parola, entriamo in comunione di vita con lui. Il testimone è chi ha fatto esperienza e può aiutare a fare esperienza; è chi dimostra la forza trasformante di ciò in cui crede.
Quando si sperimenta la sua azione misericordiosa e consolatrice, quando egli dà la forza di aprirsi agli altri e di essere disponibili verso i fratelli con cuore libero e indiviso, di perdonare e di diffondere la gioia, allora si comprende che il Redentore è vivo e si diventa capaci di proclamarlo a costo di ogni sacrificio. Non si può essere testimoni se non si ha credibilità, se non si è stimati per la coerenza e il coraggio.
La nostra epoca deve poter trarre dalla coerenza dei nostri comportamenti incoraggiamento e stimolo per aprire il proprio cuore alla “novità di vita” (Rm 6,4) iniziata da Cristo proprio mediante la sua risurrezione. Con il nostro modo di essere dobbiamo essere le prove viventi e concrete dell’esistenza di Dio, della sua bontà e del regno di pace che Cristo ci ha promesso con la sua croce. Dobbiamo vivere profondamente l’amore di Cristo e poi renderlo in un dono di sé gioioso agli altri. Noi non possiamo vivere senza amore. Se non incontriamo l’amore, se non lo sperimentiamo e non lo facciamo nostro, se non partecipiamo intimamente all’amore, la nostra vita non ha significato.
La nostra consacrazione testimonia che siamo state chiamate per essere amate dal Signore e per corrispondere a questo amore. Molto più importante del nostro amore per Cristo è l’amore di Cristo per noi. Dobbiamo essere testimoni della gratuità dell’amore di Dio. “L’esperienza di questo amore gratuito di Dio è a tal punto intima e forte che la persona avverte di dover rispondere con la dedizione incondizionata della sua vita, consacrando tutto, presente e futuro, nelle sue mani” (VC 17b). Chi si affida a Dio e non teme di percorrere lo stesso cammino, amando come lui ha amato, è destinato a vincere, perché permette all’amore vittorioso di Dio di travolgere tutti gli ostacoli, compresa la morte.
L’amore di Dio è, analogamente a ogni altro solido amore umano, un misto di luce e tenebra, di gioie e di dolori, di esultanza e di grigiori: essergli fedeli nei vari momenti vuol dire essere testimoni di una speranza di cui ogni cuore umano ha bisogno.
La nuova evangelizzazione è testimonianza. La forza dell’evangelizzazione risiede sia nella verità che si annuncia, sia nella convinzione della testimonianza con cui viene proposta.
Seguire Cristo non è ammirare un modello; è cercare di imitarlo fino a immedesimarsi con lui, fino a identificarsi con la sua persona. Questa realtà supera la comprensione e supera le forze umane. Per questo è realizzabile solo grazie a una vita sacramentale seria, con momenti forti di preghiera e di contemplazione silenziosa e costante. “Più che con le parole, dobbiamo testimoniare le meraviglie che Dio opera nella nostra fragile umanità con il linguaggio eloquente di un’esistenza trasfigurata, capace di sorprendere il mondo” (cfr. VC 20). Questo nostro mondo ha bisogno di trovare in noi cuori che “vedono” Dio.
Abbiamo visto il Signore, è risorto; abbiamo udito la sua Parola. Penso ai due discepoli di Emmaus: quale fu il loro entusiasmo e la loro gioia, quando scoprirono che il pellegrino sconosciuto era il Signore risorto! La scoperta non li lascia inattivi. Il contatto con la luce rende luminosi. La comunione con la vita ci dà una nuova vita e ci fa comunicatori della vita.
Avvertiamo tutte come nella moderna società divenga sempre più difficile annunciare e testimoniare il Vangelo. Non bisogna lasciarsi prendere dallo scoraggiamento, perché la prima qualità dei testimoni è il coraggio. Dobbiamo avere il coraggio di ricordare che la testimonianza evangelica – quella di Gesù e quella che noi siamo chiamate a dare – ha una sua esigenza: la contraddizione. Come Gesù, il testimone del Padre, anche noi non dobbiamo conformarci alla società, ma dobbiamo essere in mezzo ai fratelli, dove sembrano smarrite le tracce di Dio (VC 85), coloro che suscitano nostalgia, desiderio di Dio. È necessario che Cristo abiti saldamente nei nostri cuori, cosicché possiamo dire con san Paolo: Per me il vivere è Cristo (Fil 1, 21).

PREGHIERA

O Spirito Santo, concedimi di vivere Cristo,
innestato in lui per il battesimo
e la radicalità dei miei voti
di castità, povertà e obbedienza.
Donami,o Spirito, di lasciare
che Cristo orienti il mio pensare e il mio agire,
“fruttificando” ogni giorno novità di amore.
Nel percepirmi amata dal Padre, dal Figlio e da Te,
o Spirito Santo, possa la mia persona
consolidarsi nella pace e irradiare la gioia.
Dentro la semplificazione del mio vivere,
possa io instaurare sempre le mie relazioni
in novità d’amore tutto donato.
Dammi dunque di fruttificare
pazienza, bontà e benevolenza con tutti.
A dispetto di ciò che attorno a me
spesso tende a rendere instabili e superficiali
possessivi e conturbanti i rapporti,
fa’ che io possa fruttificare fedeltà, mitezza e dominio di me.
Io ti ringrazio, o Spirito d’amore,
perché tu vuoi concedermi di fruttificare Gesù
nella mia vita consacrata.
Sia Lui la lode del Padre dentro i miei giorni.
Sia Lui il mio pensare e agire,
mentre mi offro in dono ai fratelli.




Per la riflessione

- Testimoniamo con la vita il primato di Dio e la priorità dell’amore?
- Testimoniamo nel nostro tempo la presenza, l’attualità di Dio?
- Siamo testimoni della novità della vita in Cristo?
- La nostra testimonianza si traduce in impegno di santità?
- Le nostre comunità sono dei segni che permettono a quanti ci accostano ogni giorno di scoprire Colui che ci ha chiamate?