Riflessioni
Chiamati a servire
Incontro con i catechisti
22 settembre 2008
22 settembre 2008
Signore Gesù,
ci chiedi di camminare
dietro a Te e incontro a Te; desideriamo vincere
le nostre resistenze per seguirti davvero.
Ti cerchiamo nei Sacramenti,
nelle Scritture
e nella riflessione sapiente di pastori
e di tanti uomini e donne.
Donaci di scorgerti nel volto di Maria,
colei che ti ha conosciuto
e amato nel suo grembo
e per tutta la vita.
Vogliamo continuare
ad ascoltarTi e a parlare di Te,
perché è grande la pace
che doni al cuore di ogni uomo. Amen.
Carissimi,
Mediante il sacramento del battesimo e della cresima, il Signore ci ha chiamati e ci ha resi partecipi del suo ministero profetico, sacerdotale e regale, donandoci i suoi doni o carismi: "Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito. Vi sono diversità di ministeri, ma uno solo e il Signore. Vi sono diversità di attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti" (1 Cor 12,4-6), al fine di renderci idonei a cooperare all’edificazione della Chiesa.
Il parroco chiedendo la vostra disponibilità a partecipare attivamente alla vita della Chiesa ha voluto sottolineare la vostra identità di discepoli di Cristo e della vostra appartenenza alla comunità ecclesiale, suo compito, dunque, è stato quello di “regolarizzare” lo svolgimento del vostro servizio.
E’ Dio, dunque, che vi ha scelti, chiamati, mandati a “proclamare le sue opere meravigliose”, cioè a testimoniare il suo amore con il vostro servizio gratuito e con la professione esplicita della vostra fede. La motivazione più forte che deve spingerci a prestare questo servizio è la scoperta di essere amati da Dio e di essere chiamati da Lui a collaborare nell’annuncio del Vangelo. Il nostro impegno pastorale è una risposta alla chiamata di Dio.
Siamo chiamati a prendere coscienza, ancora una volta, di quello che il Signore ci chiede. Essendo tutte persone attive nell’ambito della parrocchia, il nostro essere disponibili e il nostro fare potrebbe portarci a cadere nella sensazione (=tentazione?) di conoscere ciò che il Signore vuole da ciascuno e per questo prestargli meno attenzione.
Siamo all’inizio di un nuovo anno pastorale e prima ancora di cominciare con gli impegni è giusto domandarci: perché sono qui?
Cosa mi spinge a donare parte del mio tempo alla parrocchia?
Come vivo il mio impegno, come lo calo nella mia vita quotidiana? Mi cambia la vita?
Chi mi vede, mi ascolta si rende conto che ho una “carica” diversa?
Oppure fuori dall’ambiente parrocchiale sono un anonimo tra i tanti altri? un cristiano più di nome che di fatto?
La risposta personalissima a ciascuna di queste domande ci fornisce un indizio per una verifica iniziale del nostro rapporto con Cristo, perché prima di parlare del come dobbiamo e vogliamo portare Cristo agli altri è necessario verificare quanto spazio gli lasciamo nella nostra vita, quale rapporto abbiamo con Lui, in quanto “la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34) e come ricordava Giovanni Paolo II ai fedeli della Lituania è “Dall’abbondanza del cuore (che ) nascono anche le opere conformi al Vangelo di Cristo”, e sempre il Papa ci ricorda che questa divina abbondanza dei cuori è necessaria affinché possa rivivere tra noi la verità del Vangelo.
Gesù, sul lago di Tiberiade chiese ai discepoli: Chi dice la gente che io sia?, e non si accontentò di sentire cosa la gente pensasse di Lui, fece subito un passo avanti per sondare il cuore di coloro che si dicevano suoi amici: - ma voi? Chi dite che io sia?
Naturalmente, da bravi catechisti voi mi direte che la risposta è ovvia, che Gesù è il Figlio di Dio incarnatosi per la nostra Redenzione e senza dubbio avete ragione, ma questa verità di fede che incidenza ha sulla vita di ciascuno di noi? Come la modella?
Ho dato come titolo a questa riflessione che vogliamo fare insieme: “chiamati al servizio”, perché è a questo che Cristo ci chiama: a servire.
Ascoltiamo ciò che Egli stesso ci dice attraverso il Vangelo di Matteo: Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell`uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti".
Prima però di passare a riflettere insieme sulle parole del Signore, vorrei che fermassimo la nostra attenzione sul fatto che sempre più spesso incontriamo per strada o a casa di conoscenti o fedeli della parrocchia presso i quali ci rechiamo in visita, delle persone, in genere stranieri, chiamati a prestare un servizio in quella casa. Chi richiede la presenza di queste persone è nella necessità fisica, per motivi di salute o di età, ma anche di tempo (lavora e non ha chi accudisca i propri figli) di non poter fare determinate cose, non poter assolvere dei compiti.
Perché Cristo ci chiama a servizio? Forse perché non ce la fa? ha bisogno di noi? Non ha il tempo o la possibilità di portare avanti tutti gli impegni presi alla creazione?
Un canto molto “antico”, ricordo di averlo imparato da ragazzina dice: Dio non mani ha solo le mie mani per fare il suo lavoro oggi, etc.., sembra quasi confermare questa ipotesi: Dio non ce la fa, gli manca qualcosa! Gli mancano le mani, i piedi, la bocca …, ma l’autore voleva trasmettere proprio questo tipo di messaggio? Voleva proprio sottolineare ciò che a Dio manca (può mancargli qualcosa?)?
Oppure voleva, partendo dal brano della prima lettera di San Paolo ai Corinzi (12,12-21.24-27) :
Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, cosi anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. Se il piede dicesse: "Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. E se l'orecchio dicesse: "Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l'udito? Se fosse tutto udito, dove l'odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l'occhio dire alla mano. "Non ho bisogno di te"; ne la testa ai piedi: " Non ho bisogno di voi". Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo' ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte”
ricordarci che siamo chiamati a formare il corpo del Signore, un corpo costituito da diverse membra che formano l’intero, ciascuno con il proprio ruolo, la propria ragion d’essere, e in questo modo, tutti insieme, uniti nella diversità essere portatori della Parola presso i fratelli?
Siamo chiamati a servire, non in quanto persone fisiche, indipendenti, ma come membra del Corpo di Cristo, quel Cristo che ripete a ciascuno di noi: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Lc. 9, 23). Quel Cristo che cammina davanti a noi e domanda a ciascuno di fare ciò che Lui stesso ha fatto: io non sono venuto per essere servito, ma per servire; così chi vuol essere come me sia servo di tutti. Il suo è un invito non solo a prenderlo come modello ma anche a condividere la sua vita e le sue scelte, a spendere insieme con Lui la nostra vita per amore di Dio e dei fratelli.
Siamo chiamati a servire seguendo il modello che Gesù stesso ci offre durante l'ultima Cena: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi » (Gv 13, 12-15). Egli ci chiama a metterci disposizione per il bene degli altri, a diventare un bene per gli altri, non semplicemente di fare qualcosa a favore dei fratelli, ma di essere per gli altri, come Gesù è «per noi».
Siamo chiamati a servire non semplicemente dando un frammento del nostro tempo o del nostro agire, ma lasciandoci toccare in tutto il nostro essere, assumendo quello stile di vita di donazione che nasce dal profondo di noi stessi e che ci accompagna ovunque, altrimenti il servizio non sarà il frutto di un “habitus”, ma qualcosa di posticcio, di fragile, che non modifica il cuore.
Nell’ottobre del 2000, in occasione della Giornata missionaria mondiale Giovanni Paolo II diceva: “Le parole di Gesù sul servizio sono anche profezia di un nuovo stile di rapporti da promuovere non solo nella comunità cristiana, ma anche nella società. Non dobbiamo mai perdere la speranza di far nascere un mondo più fraterno. La competizione senza regole, il desiderio di dominio sugli altri ad ogni costo, la discriminazione operata da alcuni che si credono superiori agli altri, la sfrenata ricerca della ricchezza, sono all'origine di ingiustizie, violenze e guerre”. Il brano proposto dalla liturgia per quel giorno era proprio la pericope di Marco 10, 35-45, quella di cui prima ho citato solo i versetti finali, che scaturiscono dalla richiesta fatta a Gesù, dei figli di Zebedeo Giacomo e Giovanni:
"Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo". Egli disse loro: "Cosa volete che io faccia per voi?". Gli risposero: "Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra". Gesù disse loro: "Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?". Gli risposero: "Lo possiamo". E Gesù disse: "Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato". All`udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni”.
I due discepoli chiedono, come facciamo spesso anche noi, come tante persone "di chiesa", come tutti forse, che Dio faccia la loro volontà, esaudisca i loro desideri, realizzi i loro sogni. Gesù, però, ci avverte che lo stile del servizio si oppone nettamente alla logica del farsi servire:
"Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti ".
Nella logica presentataci da Gesù e che dovremmo fare nostra, gli ultimi diventano i primi e i primi gli ultimi; l’impegno personale di ciascuno diviene una gara a chi arriva agli ultimi posti, un impegno che crea nel gruppo di catechisti, non la guerra come avverrebbe se tutti ci mettessimo a cercare i primi posti, ma un clima di accoglienza innanzitutto di noi stessi (nel riconoscimento dei talenti di cui il Signore ci ha fatto dono), rendendoci felici di quello che siamo, poi degli altri che vivono accanto a noi per quello che sono e che anche loro hanno ricevuto da Dio. Il clima di serenità che si formerà come gruppo, si espanderà senza accorgervene su tutti coloro che voi avvicinerete: i bambini, i ragazzi, i giovani, i fidanzati, perché sentiranno che nella diversità del carisma personale di ciascuno, essi hanno la possibilità di incontrare l’unità del Corpo di Cristo. Il vostro allora sarà un servizio che non fa selezioni, che sceglie il servire e non chi servire e la parrocchia diventerà il luogo dove sono «beati i poveri in spirito» e non i ricchi, dove sono «beati i miti» e non i prepotenti, dove sono «beati i misericordiosi» e non i duri di cuore (cfr. Mt 5, 3.5.7).
Siamo chiamati a servire guardando al primo “Servo dei servi di Dio” a Gesù “il quale pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spoglio se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,6-7), lo hanno seguito gli Apostoli, lo hanno seguito tanti santi a noi più o meno conosciuti, siamo chiamati a seguirlo anche noi poiché la totale e generosa disponibilità nel servire gli altri è il segno distintivo di chi nella Chiesa è posto in autorità. A voi, catechisti di questa comunità parrocchiale, il Signore affida una piccola parte del suo gregge, vi chiede di fare con loro come Lui ha fatto con voi. Nella sua vita pubblica, Gesù ha raccomandato più di una volta ai suoi discepoli di non cercare di occupare il primo posto, ma di aspirare piuttosto all’umiltà del cuore. Ha detto e ripetuto che il suo regno, cioè la Chiesa, non deve essere ad immagine dei regni terreni o delle comunità umane in cui ci sono dei primi e degli ultimi, dei governanti e dei governati, dei potenti e degli oppressi. Al contrario, nella sua Chiesa, quelli che sono chiamati a reggere, dovranno in realtà essere al servizio degli altri; perché il dovere di ogni credente è di non cercare l’apparenza, ma i valori interiori, di non preoccuparsi del giudizio degli uomini, ma di quello di Dio.
Chiamati a servire, abbiamo ripetuto più volte in questo tempo trascorso insieme. Vorrei sottolineare prima di concludere un altro aspetto di questo servizio che è la capacità di “sapersi ascoltare, saper ascoltare e farsi ascoltare”, la necessità di uscire dall’individualismo, e di imparare a dialogare e a camminare insieme. Se i vari gruppi e operatori parrocchiali sono uniti, rendono viva la parrocchia; se ognuno va per conto suo, la distruggono. Solo uniti insieme si può andare avanti. Ciascuno di noi ha ricevuto o riceverà prima dell’inizio delle attività, in quanto catechista, un “mandato”: siamo dei mandati. Adempiendo con responsabilità questo mandato dobbiamo avere come punto di riferimento il parroco con la convinzione che sacerdoti e laici crescono e maturano insieme nell’amore di Cristo e della Chiesa. Occorre non perdersi nelle “differenze”, ma collaborare senza rivalità; occorre superare i compartimenti stagni e lavorare in rete, collaborando anche con le parrocchie vicine, con le altre realtà ecclesiali.
Ricordate cosa ci narrano gli Atti a proposito della prima comunità?: “Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.” (cfr At 2,42-48)
E’ questo il mio augurio, che le persone che vi incontrano giorno per giorno possano vedere in voi ciò che i pagani vedevano nella prima comunità cristiana. La pace del Signore Gesù Cristo regni sempre nei vostri cuori. Amen
Concludiamo così come abbiamo iniziato con una preghiera, questa volta di ringraziamento:
Grazie Padre santo, per i tuoi doni.
Tante persone, una diversa dall'altra,
esseri originali, unici, irripetibili
mirabilmente uniti per formare un solo corpo.
Nessuno è inutile o superfluo,
ma tutti preziosi ai tuoi occhi, chiamati da te, Padre buono,
ad essere segno visibile della tua amorosa presenza,
tra gli uomini che attendono salvezza.
A volte, la chiusura ha provocato tra noi divisione.
Abbiamo peccato e l'egoismo ha rovinato l'incontro con i fratelli.
Ma Tu, Dio di Comunione, non ci hai lasciati divisi.
Nella tenerezza del tuo amore
ci hai donato tuo figlio bontà resa visibile,
vita donata a salvezza di tutti.
Il suo amore ci ha mosso a conversione.
Il dono del suo Spirito
ha ricreato tra noi la comunione
per formare il suo corpo.
Grazie Padre buono, per il tuo dono:
Gesù, Cristo,
nostro amico e fratello,
nostro salvatore.
Grazie, Spirito Santo,
forza del nostro amore!
Tu che ci doni la gioia di cantare la nostra riconoscenza.
ci chiedi di camminare
dietro a Te e incontro a Te; desideriamo vincere
le nostre resistenze per seguirti davvero.
Ti cerchiamo nei Sacramenti,
nelle Scritture
e nella riflessione sapiente di pastori
e di tanti uomini e donne.
Donaci di scorgerti nel volto di Maria,
colei che ti ha conosciuto
e amato nel suo grembo
e per tutta la vita.
Vogliamo continuare
ad ascoltarTi e a parlare di Te,
perché è grande la pace
che doni al cuore di ogni uomo. Amen.
Carissimi,
Mediante il sacramento del battesimo e della cresima, il Signore ci ha chiamati e ci ha resi partecipi del suo ministero profetico, sacerdotale e regale, donandoci i suoi doni o carismi: "Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito. Vi sono diversità di ministeri, ma uno solo e il Signore. Vi sono diversità di attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti" (1 Cor 12,4-6), al fine di renderci idonei a cooperare all’edificazione della Chiesa.
Il parroco chiedendo la vostra disponibilità a partecipare attivamente alla vita della Chiesa ha voluto sottolineare la vostra identità di discepoli di Cristo e della vostra appartenenza alla comunità ecclesiale, suo compito, dunque, è stato quello di “regolarizzare” lo svolgimento del vostro servizio.
E’ Dio, dunque, che vi ha scelti, chiamati, mandati a “proclamare le sue opere meravigliose”, cioè a testimoniare il suo amore con il vostro servizio gratuito e con la professione esplicita della vostra fede. La motivazione più forte che deve spingerci a prestare questo servizio è la scoperta di essere amati da Dio e di essere chiamati da Lui a collaborare nell’annuncio del Vangelo. Il nostro impegno pastorale è una risposta alla chiamata di Dio.
Siamo chiamati a prendere coscienza, ancora una volta, di quello che il Signore ci chiede. Essendo tutte persone attive nell’ambito della parrocchia, il nostro essere disponibili e il nostro fare potrebbe portarci a cadere nella sensazione (=tentazione?) di conoscere ciò che il Signore vuole da ciascuno e per questo prestargli meno attenzione.
Siamo all’inizio di un nuovo anno pastorale e prima ancora di cominciare con gli impegni è giusto domandarci: perché sono qui?
Cosa mi spinge a donare parte del mio tempo alla parrocchia?
Come vivo il mio impegno, come lo calo nella mia vita quotidiana? Mi cambia la vita?
Chi mi vede, mi ascolta si rende conto che ho una “carica” diversa?
Oppure fuori dall’ambiente parrocchiale sono un anonimo tra i tanti altri? un cristiano più di nome che di fatto?
La risposta personalissima a ciascuna di queste domande ci fornisce un indizio per una verifica iniziale del nostro rapporto con Cristo, perché prima di parlare del come dobbiamo e vogliamo portare Cristo agli altri è necessario verificare quanto spazio gli lasciamo nella nostra vita, quale rapporto abbiamo con Lui, in quanto “la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34) e come ricordava Giovanni Paolo II ai fedeli della Lituania è “Dall’abbondanza del cuore (che ) nascono anche le opere conformi al Vangelo di Cristo”, e sempre il Papa ci ricorda che questa divina abbondanza dei cuori è necessaria affinché possa rivivere tra noi la verità del Vangelo.
Gesù, sul lago di Tiberiade chiese ai discepoli: Chi dice la gente che io sia?, e non si accontentò di sentire cosa la gente pensasse di Lui, fece subito un passo avanti per sondare il cuore di coloro che si dicevano suoi amici: - ma voi? Chi dite che io sia?
Naturalmente, da bravi catechisti voi mi direte che la risposta è ovvia, che Gesù è il Figlio di Dio incarnatosi per la nostra Redenzione e senza dubbio avete ragione, ma questa verità di fede che incidenza ha sulla vita di ciascuno di noi? Come la modella?
Ho dato come titolo a questa riflessione che vogliamo fare insieme: “chiamati al servizio”, perché è a questo che Cristo ci chiama: a servire.
Ascoltiamo ciò che Egli stesso ci dice attraverso il Vangelo di Matteo: Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell`uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti".
Prima però di passare a riflettere insieme sulle parole del Signore, vorrei che fermassimo la nostra attenzione sul fatto che sempre più spesso incontriamo per strada o a casa di conoscenti o fedeli della parrocchia presso i quali ci rechiamo in visita, delle persone, in genere stranieri, chiamati a prestare un servizio in quella casa. Chi richiede la presenza di queste persone è nella necessità fisica, per motivi di salute o di età, ma anche di tempo (lavora e non ha chi accudisca i propri figli) di non poter fare determinate cose, non poter assolvere dei compiti.
Perché Cristo ci chiama a servizio? Forse perché non ce la fa? ha bisogno di noi? Non ha il tempo o la possibilità di portare avanti tutti gli impegni presi alla creazione?
Un canto molto “antico”, ricordo di averlo imparato da ragazzina dice: Dio non mani ha solo le mie mani per fare il suo lavoro oggi, etc.., sembra quasi confermare questa ipotesi: Dio non ce la fa, gli manca qualcosa! Gli mancano le mani, i piedi, la bocca …, ma l’autore voleva trasmettere proprio questo tipo di messaggio? Voleva proprio sottolineare ciò che a Dio manca (può mancargli qualcosa?)?
Oppure voleva, partendo dal brano della prima lettera di San Paolo ai Corinzi (12,12-21.24-27) :
Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, cosi anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. Se il piede dicesse: "Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. E se l'orecchio dicesse: "Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l'udito? Se fosse tutto udito, dove l'odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l'occhio dire alla mano. "Non ho bisogno di te"; ne la testa ai piedi: " Non ho bisogno di voi". Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo' ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte”
ricordarci che siamo chiamati a formare il corpo del Signore, un corpo costituito da diverse membra che formano l’intero, ciascuno con il proprio ruolo, la propria ragion d’essere, e in questo modo, tutti insieme, uniti nella diversità essere portatori della Parola presso i fratelli?
Siamo chiamati a servire, non in quanto persone fisiche, indipendenti, ma come membra del Corpo di Cristo, quel Cristo che ripete a ciascuno di noi: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Lc. 9, 23). Quel Cristo che cammina davanti a noi e domanda a ciascuno di fare ciò che Lui stesso ha fatto: io non sono venuto per essere servito, ma per servire; così chi vuol essere come me sia servo di tutti. Il suo è un invito non solo a prenderlo come modello ma anche a condividere la sua vita e le sue scelte, a spendere insieme con Lui la nostra vita per amore di Dio e dei fratelli.
Siamo chiamati a servire seguendo il modello che Gesù stesso ci offre durante l'ultima Cena: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi » (Gv 13, 12-15). Egli ci chiama a metterci disposizione per il bene degli altri, a diventare un bene per gli altri, non semplicemente di fare qualcosa a favore dei fratelli, ma di essere per gli altri, come Gesù è «per noi».
Siamo chiamati a servire non semplicemente dando un frammento del nostro tempo o del nostro agire, ma lasciandoci toccare in tutto il nostro essere, assumendo quello stile di vita di donazione che nasce dal profondo di noi stessi e che ci accompagna ovunque, altrimenti il servizio non sarà il frutto di un “habitus”, ma qualcosa di posticcio, di fragile, che non modifica il cuore.
Nell’ottobre del 2000, in occasione della Giornata missionaria mondiale Giovanni Paolo II diceva: “Le parole di Gesù sul servizio sono anche profezia di un nuovo stile di rapporti da promuovere non solo nella comunità cristiana, ma anche nella società. Non dobbiamo mai perdere la speranza di far nascere un mondo più fraterno. La competizione senza regole, il desiderio di dominio sugli altri ad ogni costo, la discriminazione operata da alcuni che si credono superiori agli altri, la sfrenata ricerca della ricchezza, sono all'origine di ingiustizie, violenze e guerre”. Il brano proposto dalla liturgia per quel giorno era proprio la pericope di Marco 10, 35-45, quella di cui prima ho citato solo i versetti finali, che scaturiscono dalla richiesta fatta a Gesù, dei figli di Zebedeo Giacomo e Giovanni:
"Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo". Egli disse loro: "Cosa volete che io faccia per voi?". Gli risposero: "Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra". Gesù disse loro: "Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?". Gli risposero: "Lo possiamo". E Gesù disse: "Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato". All`udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni”.
I due discepoli chiedono, come facciamo spesso anche noi, come tante persone "di chiesa", come tutti forse, che Dio faccia la loro volontà, esaudisca i loro desideri, realizzi i loro sogni. Gesù, però, ci avverte che lo stile del servizio si oppone nettamente alla logica del farsi servire:
"Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti ".
Nella logica presentataci da Gesù e che dovremmo fare nostra, gli ultimi diventano i primi e i primi gli ultimi; l’impegno personale di ciascuno diviene una gara a chi arriva agli ultimi posti, un impegno che crea nel gruppo di catechisti, non la guerra come avverrebbe se tutti ci mettessimo a cercare i primi posti, ma un clima di accoglienza innanzitutto di noi stessi (nel riconoscimento dei talenti di cui il Signore ci ha fatto dono), rendendoci felici di quello che siamo, poi degli altri che vivono accanto a noi per quello che sono e che anche loro hanno ricevuto da Dio. Il clima di serenità che si formerà come gruppo, si espanderà senza accorgervene su tutti coloro che voi avvicinerete: i bambini, i ragazzi, i giovani, i fidanzati, perché sentiranno che nella diversità del carisma personale di ciascuno, essi hanno la possibilità di incontrare l’unità del Corpo di Cristo. Il vostro allora sarà un servizio che non fa selezioni, che sceglie il servire e non chi servire e la parrocchia diventerà il luogo dove sono «beati i poveri in spirito» e non i ricchi, dove sono «beati i miti» e non i prepotenti, dove sono «beati i misericordiosi» e non i duri di cuore (cfr. Mt 5, 3.5.7).
Siamo chiamati a servire guardando al primo “Servo dei servi di Dio” a Gesù “il quale pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spoglio se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,6-7), lo hanno seguito gli Apostoli, lo hanno seguito tanti santi a noi più o meno conosciuti, siamo chiamati a seguirlo anche noi poiché la totale e generosa disponibilità nel servire gli altri è il segno distintivo di chi nella Chiesa è posto in autorità. A voi, catechisti di questa comunità parrocchiale, il Signore affida una piccola parte del suo gregge, vi chiede di fare con loro come Lui ha fatto con voi. Nella sua vita pubblica, Gesù ha raccomandato più di una volta ai suoi discepoli di non cercare di occupare il primo posto, ma di aspirare piuttosto all’umiltà del cuore. Ha detto e ripetuto che il suo regno, cioè la Chiesa, non deve essere ad immagine dei regni terreni o delle comunità umane in cui ci sono dei primi e degli ultimi, dei governanti e dei governati, dei potenti e degli oppressi. Al contrario, nella sua Chiesa, quelli che sono chiamati a reggere, dovranno in realtà essere al servizio degli altri; perché il dovere di ogni credente è di non cercare l’apparenza, ma i valori interiori, di non preoccuparsi del giudizio degli uomini, ma di quello di Dio.
Chiamati a servire, abbiamo ripetuto più volte in questo tempo trascorso insieme. Vorrei sottolineare prima di concludere un altro aspetto di questo servizio che è la capacità di “sapersi ascoltare, saper ascoltare e farsi ascoltare”, la necessità di uscire dall’individualismo, e di imparare a dialogare e a camminare insieme. Se i vari gruppi e operatori parrocchiali sono uniti, rendono viva la parrocchia; se ognuno va per conto suo, la distruggono. Solo uniti insieme si può andare avanti. Ciascuno di noi ha ricevuto o riceverà prima dell’inizio delle attività, in quanto catechista, un “mandato”: siamo dei mandati. Adempiendo con responsabilità questo mandato dobbiamo avere come punto di riferimento il parroco con la convinzione che sacerdoti e laici crescono e maturano insieme nell’amore di Cristo e della Chiesa. Occorre non perdersi nelle “differenze”, ma collaborare senza rivalità; occorre superare i compartimenti stagni e lavorare in rete, collaborando anche con le parrocchie vicine, con le altre realtà ecclesiali.
Ricordate cosa ci narrano gli Atti a proposito della prima comunità?: “Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.” (cfr At 2,42-48)
E’ questo il mio augurio, che le persone che vi incontrano giorno per giorno possano vedere in voi ciò che i pagani vedevano nella prima comunità cristiana. La pace del Signore Gesù Cristo regni sempre nei vostri cuori. Amen
Concludiamo così come abbiamo iniziato con una preghiera, questa volta di ringraziamento:
Grazie Padre santo, per i tuoi doni.
Tante persone, una diversa dall'altra,
esseri originali, unici, irripetibili
mirabilmente uniti per formare un solo corpo.
Nessuno è inutile o superfluo,
ma tutti preziosi ai tuoi occhi, chiamati da te, Padre buono,
ad essere segno visibile della tua amorosa presenza,
tra gli uomini che attendono salvezza.
A volte, la chiusura ha provocato tra noi divisione.
Abbiamo peccato e l'egoismo ha rovinato l'incontro con i fratelli.
Ma Tu, Dio di Comunione, non ci hai lasciati divisi.
Nella tenerezza del tuo amore
ci hai donato tuo figlio bontà resa visibile,
vita donata a salvezza di tutti.
Il suo amore ci ha mosso a conversione.
Il dono del suo Spirito
ha ricreato tra noi la comunione
per formare il suo corpo.
Grazie Padre buono, per il tuo dono:
Gesù, Cristo,
nostro amico e fratello,
nostro salvatore.
Grazie, Spirito Santo,
forza del nostro amore!
Tu che ci doni la gioia di cantare la nostra riconoscenza.










