Riflessioni

Cercatori di Dio: cercatori di felicitą

Tutti cerchiamo la felicità, ma quale felicità cerchiamo?
come la cerchiamo?
quali strumenti possono farcela raggiungere? Il cristianesimo si oppone alla voglia di felicità dell’uomo imponendo rinunce che costano sacrificio?

A quest’ultima domanda siamo pronte a rispondere che Gesù ci ha rivelato Dio come Padre amante della vita e della felicità dell’uomo, per cui la religione cristiana non è contraria alla realizzazione della felicità, anzi la vuole promuovere.
Ma che felicità cerchiamo? La sofferenza che sperimentiamo nella nostra vita la vediamo come la negazione della felicità?
Riponiamo anche noi la nostra felicità nell’assenza del dolore, nella ricerca esagerata della salute, nel possesso, nel potere, nel piacere, nel ripiegarci in un egoismo che ci fa chiudere gli occhi alle problematiche di chi ci vive accanto?
Tutti facciamo esperienza della fragilità umana, della sofferenza, della morte, ma questo contrasto tra desiderio di felicità ed esperienza della sofferenza ci fa riflettere su dove indirizzare la nostra ricerca della felicità e ci insegna alcune cose:
1) non siamo eterni, ma pellegrini in questo mondo;
2) non siamo onnipotenti, ma dobbiamo fare i conti con i nostri limiti;
3) ci sono dei beni fondamentali che nessuno ci può togliere.
Constatando il dolore nel mondo, possiamo cadere nella rassegnazione o vivere nella speranza, ma questa è un dono che ci viene da Dio e si unisce alla fede e alla carità: le tre virtù teologali, donateci nel battesimo, per cui il credente ha una marcia in più per non cadere nella rassegnazione o peggio ancora nella disperazione.
Il cristiano apprezza e ama la vita, anche se è sfigurata dalla sofferenza, perché “Ogni uomo, nella sua sofferenza- dice Giovanni Paolo II nella “Salvifici doloris”- può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo” e riconosce nel dolore, una presenza particolare di Cristo e una possibilità preziosa di crescita e di fecondità spirituale, che porta una gioia non passeggera, ma profonda e duratura.

Sinonimi di felicità sono: gioia, beatitudine, esultanza, letizia.
Nel Vangelo troviamo più i primi tre sostantivi, la letizia è un termine che troviamo in modo particolare nelle fonti francescane e caratterizza l’esperienza di Francesco di Assisi e i suoi compagni, tanto da farne una caratteristica della spiritualità francescana: la letizia francescana.
Gesù vive la gioia piena perché “ rimane” nell’amore del Padre e “osserva” i suoi comandamenti. “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi, rimanete nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.” (Gv 15, 9-11), quindi Gesù cerca la felicità per i suoi amici ”non vi chiamo più servi, ma amici perché tutto quello che ho udito dal Padre, l’ho fatto conoscere a voi“(Gv 15,15) e fa delle beatitudini la “magna carta” dei suoi discepoli.
Beati voi…(Mt 5,1-12)
Le beatitudini come ce le presenta qui Matteo sembrano la negazione della felicità ( per come il mondo può intendere la felicità) perché Gesù proclama beati gli ultimi della società, ma Gesù non li chiama beati perché sono poveri, afflitti, perseguitati, ma perché sono i destinatari dell’amore gratuito e misericordioso di Dio, e sono chiamati figli di Dio, vedono il suo Volto, entrano nel Regno (questa è beatitudine).
Il povero sperimenta la propria debolezza ed è maggiormente disposto a lasciarsi salvare da Dio, ma per farne esperienza gioiosa è necessario che si abbandoni al suo amore con umiltà e fiducia. Solo così si è beati anche nelle tribolazioni.
Siamo beati perché vivendo le beatitudini, imitiamo Gesù che ha assunto la nostra debolezza, lui stesso è povero, perseguitato, operatore di giustizia e di pace, ma esulta nello Spirito perché il Padre ha rivelato il suo amore ai piccoli (cfr Lc 10,21-22) ed è lieto nell’unione che vive con il Padre, ma questa gioia non la tiene per sé, la vuole comunicare nel donarsi: “venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi ristorerò, il mio giogo è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,24).
Maria, la Vergine Madre ha vissuto pienamente la beatitudine del Figlio, perché ha creduto, dice Elisabetta (Lc 1,45), ha ascoltato e osservato la Parola (cfr Lc 11,28) ed esulta perché il Signore ha guardato con amore la sua umile serva (cfr Lc 1,47-48).
Per vivere la gioia che Gesù ci dona, è necessario condividere la comunione che Gesù ha con il Padre, essere umili come Lui, poveri in spirito. Chi vive consapevolmente la comunione filiale con il Padre, fa esperienza di gioia anche in mezzo alle tribolazioni, come Gesù.
Con S. Agostino possiamo esclamare: “Cercandoti, mio Dio, io cerco la felicità. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di Te.”
San Paolo, dopo la sua conversione non ha avuto una vita semplice, ma anche lui arriva a benedire Dio, Padre di ogni consolazione, perché, consolati da lui, possiamo a nostra volta consolare chi è nell’afflizione. (cfr 2Cor 1,3-4), “Afflitti, ma sempre lieti”(2 Cor6,10). “Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte” (2 Cor12,10).
Questa gioia che coesiste anche con la sofferenza, è partecipazione del cristiano alla Pasqua di Cristo: “Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così abbonda anche la nostra consolazione” (2Cor 1,5).
San Francesco arriva a dire a Frate Leone dopo tante traversie e il rifiuto degli stessi fratelli:“ se avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è vera virtù e la salvezza dell’anima”(Laudi e Preghiere FF 278) , perché ha sperimentato il gaudio dell’incontro con il Cristo povero e crocifisso, ma nella sua gloria a S. Damiano, e alla vista del Serafino, che portava i segni del Crocifisso, sentì “gioia e tristezza” che gli inondava il cuore (cfr leg mag FF 1225).